JJ Anderson abbraccia Firenze: “Tornerò”

J.J. Anderson, lo sa che a Firenze il suo nome non è mai stato dimenticato?
«Mi fa piacere. Firenze per me è stata una bellissima esperienza lunga sei anni. In questa città ho vinto, ho perso, ho vissuto tante emozioni diverse. Ho il ricordo di una Firenze bellissima, indimenticabile. Mi piacerebbe molto tornare e riviverla di nuovo».
A volerla in Italia fu Giuseppe Varrasi, un dirigente che manca tanto al nostro basket…
«Il mio ricordo di Varrasi è particolare. Ricordo con grande piacere la sua famiglia, la moglie ed i due figli. Il primo giorno in cui venne a vedermi negli Stati Uniti, rimasi in hotel e non giocai la partita. Successe la stessa cosa anche per il secondo giorno. Furono due buone partite, ma lui voleva vedere me. Al terzo giorno, disputai una partita, ma non giocai bene».
Situazione che avrebbe scoraggiato chiunque…
«E’ vero, però dopo la partita si avvicinò a me e mi chiese se ero un clown, perché lui in campo aveva visto un clown. Mi disse che probabilmente, con quel tipo di gioco ed atteggiamento, per la NBA sarei sicuramente andato bene. Ma per il basket europeo no. Dovevo dare di più».
In tutto questo c’è Varrasi…
«E’ vero. Rimasi stupito da quella frase e gli risposi: “Ok, se dici di aver visto un clown in campo, nella prossima partita dimostrerò che non lo sono“. Il resto è storia».
E di Luciano Pedini che dice?
«Lo ricordo con una bellissima Ferrari (ride, ndr)… Ho un buon ricordo di lui e della famiglia».
Ma lo sa che dopo trent’anni i fiorentini lo ricordano come il più forte di tutti?
«Davvero sono ricordato come il giocatore più forte di sempre? Questo per me è un onore. Ringrazio tutte le persone che associano Firenze e la pallacanestro al mio nome».
Ha giocato con tanti compagni. Chi ricorda più volentieri?
«Piero Mandelli, Piero Valenti, Massimo Bini, Stefano Andreani, Bob Giusti, John Ebeling, Klance Kea (li snocciola così, tutti di getto e in fila, ndr)».
Già, King Kong. Anche lui un campione vero.
«Con Klarence avevamo un accordo chiaro, che lui stesso mi propose quando arrivò a Firenze».
Quale?
«Io dovevo pensare esclusivamente a crearmi un tiro o comunque a prendermi l’attacco sulle spalle. Lui avrebbe pensato a prendere rimbalzi. Quando arrivai a Firenze eravamo ultimi (ride ndr). In quella stagione riuscimmo ad arrivare a metà classifica. Nell’anno successivo riuscimmo a salire di categoria».
Perchè proprio la ‘Spaghetti League’, come era chiamata all’epoca la nostra lega?
«Il basket in Italia era divertente; ha rappresentato una grande opportunità, sia di vita che economica, che ho fatto bene a sfruttare.
Una volta in Italia, ha mai pensato di fare come Larry Krystkowiak e tornare a casa? In quegli anni gli Stati Uniti sembravano tanto lontani, non c’era Internet o Skype…
«Arrivai a Firenze con l’idea di tornare in NBA, perché tutti i giocatori che hanno giocato nella NBA, poi vogliono tornarci. Con il passare del tempo però mi accorsi quanto fosse bello giocare a Firenze. Anche a livello economico, perché no».
E poi il feeling con i tifosi fu immediato…
«E’ vero. Il mio primo ricordo è legato alle prime partite che giocai a Firenze. Ricordo che ogni volta che iniziavo a segnare, il pubblico di Firenze si scatenava e rendeva l’ambiente esplosivo. Dentro di me, mentre giocavo, pensavo sempre: “Wow, che grande palazzo abbiamo”. Il clima delle partite ed i tifosi erano incredibili. Mi mancano, non li dimenticherò mai».
E vivere a Firenze non era male. Era il re della città, come un giocatore della Fiorentina…
«Mi piaceva molto passare il mio tempo libero in centro. Era tutto speciale, compresi i negozi ed il cibo. Quando provavo a comprare qualcosa, nessuno mi faceva pagare (ride. ndr). Quando venne a trovarmi mia mamma, le volevo regalare una giacca. Entrammo in un negozio, trovai l’articolo giusto e mi presentai alla cassa. Volevo pagarla quella giacca, ma non ci fu modo. Mi dissero che d’altronde ero J.J. Anderson…».
Poi c’era Rudy D’Amico.
«Lo ricordo come un grande coach. So che adesso lavora per i Cleveland Cavaliers».
E allenare ora è diventata la sua vita.
«Dopo aver smesso di giocare, sono tornato negli Stati Uniti ed ho lavorato per quattordici anni con i Memphis Grizzlies come assistente di allenatori
come Hubie Brown eMike Fratello. Adesso sono tornato nella mia Chicago ed alleno i Chicago Steam nella ABA. Stiamo andando molto bene. Qualche giorno fa mio figlio (J.J. Junior, ndr) ha lasciato la squadra per proseguire la sua carriera da giocatore. Giocherà in Indonesia».
Tutta Firenze l’aspetta. Quando torna?
«Un giorno voglio tornare. Magari riusciremo ad organizzare un clic per allenatori. Sarebbe fantastico».

Giampaolo Marchini, La Nazione
Niccolò Casalsoli e Fabio Bernardini, Firenze Basketblog

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