La nostra storia, intervista a Giuseppe Varrasi datata 1991

Ripubblichiamo un’intervista per ripercorrere insieme il passato cestistico gigliato. Nel 1991 veniva edito un quindicinale che si poteva comprare nelle edicole a 3000 lire chiamato Firenze Basket. Una miniera d’oro di risultati ma sopratutto interviste e commenti che riletti a distanza di oltre trent’anni ci aiuta a capire da dove veniamo, magari ci può essere d’aiuto per capire dove andare. Questa volta pubblichiamo l’intervista a Giuseppe Varrasi, figura chiave del panorama fiorentino, intervistato dopo gli anni d’oro passati alla guida del Ponterosso e Pallacanestro Firenze.

Presidente Varrasi cosa è per lei la pallacanestro?
“Per me è tutto, io mi dedico 10 ore al giorno al mio lavoro di commercialista ed imprenditore , poi è nella pallacanestro che ritrovo il completamento della mia vita, dei rapporti con gli altri. Ho iniziato a coltivare questa passione da giovane, quando ero un alto funzionario del Ministero delle Finanze, è stato un modo per sentirmi giovane, per sentirmi la pacca sulle spalle e sentirmi chiamare “Beppe” invece che dottore. Insomma per vivere una dimensione umana più vera, più spontanea.

Come è iniziata la sua avventura con il Ponterosso?
Ricordo che iniziammo questa esperienza con Sabatini, Romolini ed altri amici allo scopo di recuperare i tossicodipendenti. Riuscimmo a togliere dalla strada molti giovani, vivendo dei momenti bellissimi di sport e socializzazione. Erano gli anni pionieristici della pallacanestro a Firenze, la gente forse non ricorda bene ma quei mo-menti li abbiamo vissuti soprattutto in tre: io per il Ponterosso, Manichetti per l’Olimpia ed il povero Piero Focardi, che era di stimolo continuo per tutti noi. Allora si sono create le basi del movimento cestistico fiorentino, che poi hanno permesso di passare dai 500 spettatori dell’Olimpia e dai 250 del Ponterosso ai 7000 di quando ero alla guida della Pallacanestro Firenze. Dal ’70 all’86 abbiamo vissuto senza dubbio gli anni più intensi della pallacanestro fiorentina.

Se dovesse ricordare il momento più bello di quegli anni?
Basta che ricordi la Pallacanestro Firenze. Con quella società e con le persone che erano lì, e che ancora oggi vedo assidue sostenitrici, come la signora Gheri, il Corti, ho vissuto gli anni più belli. Dei flash particolarmente intensi sono rappresentati dalla promozione in serie B contro l’allora Dinamo Sassari e poi dalla seconda promozione in serie A nel 1985. Ci sono stati anche momenti tristi, non lo nego, perché chi fa sport vive anche l’amarezza delle sconfitte.

Come è maturata in lei la decisione di cedere la presidenza della società?
La decisione fu presa verso la fine del febbraio 1986. In precedenza la squadra aveva avuto una piccola crisi di risultati, avevamo come pivot Sangodey ed io temevo già di ripetere la sfortunata esperienza della prima promozione. Invece, improvvisamente, la situazione cambiò radicalmente, grazie ad un duplice colpo di fortuna. Mi ero recato negli USA e tramite un mio carissimo amico, Richard Percudani, avevo visto in prova J.J. Anderson. Mi piacque subito molto e benché fossi partito per cercare un pivot, decisi di prenderlo. L’ allenatore di allora, Zappi, si oppose, tanto che alla fine decisi di licenziarlo. Fortuna volle che trovassi un allenatore come Rudy D’Amico. L’accoppiata D’Amico-Anderson si dimostrò subito esplosiva ed in breve risalimmo la china, toccando la quinta posizione in classifica e riempiendo il Palasport. Fu in quel momento, in cui si parlava di pallacanestro anche sui tram, una cosa impensabile prima per Firenze, in cui avevamo 7000 persone al Palasport, che improvvisamente mi sentii stanco. Venivo da un periodo di stress continuo, con i risultati che non arrivavano ed altri problemi, ma finalmente avevo raggiunto il mio scopo: avevo portato Firenze nell’élite del basket. Il mio imperativo era stato per anni quello di far conoscere questo sport meraviglioso ai fiorentini. Lo scopo era stato raggiunto, la società era sana e con un discreto parco giocatori. Non c’erano debiti se non quelli di gestione, che al 26 febbraio 1986 ammontavano a 324 milioni, tutti garantiti presso istituti bancari da mie fideiussioni personali. C’era poi da terminare il campionato, da pagare gli stipendi ai giocatore ed esisteva anche una pendenza insolita con lo sponsor, che ci aveva elargito un finanziamento di 400 milioni per campagna acquisti, garantendosi tale esborso con i cartellini di Morini, Ercolini e Natalini. L’ intesa era che io o gli restituivo i denari o i cartellini. Un accordo di cui era a conoscenza anche Pedini, come consigliere della società, nonostante ciò poi sorsero dei problemi fra lui e lo sponsor per la restituzione. In quel momento di massima espansione io decisi di farmi da parte, per lasciare spazio a coloro che volessero migliorare ulteriormente tale situazione. Si fece avanti Luciano Pedini, allora consigliere, e con semplicità, come avviene in un consiglio direttivo non professionale, nacque il passaggio. Pedini non ha fatto altro che subentrare alle mie quote societarie ed ai miei impegni.

Lei recuperò ciò che aveva investito?
Assolutamente no, io non avevo investito niente; per me la pallacanestro è un divertimento, non un lavoro.

Durante una trasmissione televisiva ha affermato che oggi forse non avrebbe compiuto lo stesso passo, perché?
Perché tutto quello che si sente dire in giro, tutte queste illazioni potrebbero far male alla società, finendo per incidere anche sui risultati sportivi e vedere Firenze fuori dalla pallacanestro nazionale sarebbe un grosso dolore. Poi perché ho sempre ritenuto che questa società fosse un bene della città, visto che siamo arrivati sin qui con il suo appoggio e quando si comincia a parlare di proprietà, di padroni il discorso risulta snaturato.

Come mai ha deciso di legarsi all’Affrico?
E’ accaduto un po’ per volta, dopo che mio figlio è stato ingaggiato dalla squadra. Prima mi hanno chiesto di dargli una mano ed ora ci sono dentro con tutto me stesso.

Con quali obiettivi?
L’ idea è quella di fare pallacanestro vera, quella che tifa vincere i campionati ed il nostro obiettivo è la serie A. Firenze ha dimostrato di amare il basket, quando gli viene offerto un bello spettacolo e quando i dirigenti sono vicini ai tifosi, sanno parlare con loro, e dir loro la verità? Per questo ritengo che Firenze possa sostenere due società in serie A.

intervista di Stefano Bagnoli
Firenze Basket, Anno 1 n°3 – 23 Novembre 1991

Chi era Giuseppe Varrasi?
Giuseppe Varrasi, nato a Siracusa nel 1938 e morto a Firenze nel 2010, laureato in giurisprudenza, era sposato e pa­dre di tre figli. Sin da giovane mostra la sua passione per la pallacanestro, militando, nel cor­so degli anni ’50, prima nel Frosinone (serie B) e poi nel CUS Roma (serie A). Giunge in Tosca­na nel 1961 e sotto la spinta di alcuni amici, decide di ritornare sul parquet a Borgo San Lorenzo. Nella stagione successiva siede sulla panchina della squadra del Mugello e poi su quella del Ponterosso, assumendone nel 1970 la presidenza. In breve porta la società fiorentina dalla D alla B e nel 1982 giunge la prima promo­zione in serie A con l’allora Farrow’s. Un’esperienza sfortu­nata che però getta le basi per una pronta risalita. Questa si concreta nel 1985 con la società, nel frat­tempo trasformatasi in Pallacanestro Firenze, legata al marchio Liberti. Nella primavera del 1986, dopo 16 anni, matura in lui la decisione di cedere la guida del sodalizio fiorentino. Si tratta solo di un arrivederci infatti, dopo alcuni anni vissuti da spettatore, torna protagonista assumendo nel 1988 la presidenza della Pallacanestro Affrico. Questa non è tutta la sua storia…

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